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La citta’

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LA CITTA’

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La realtà è prevalentemente urbana; la rappresentazione della città è mutata con l’evolversi della città stessa: dall’elegante ricchezza della Venezia del Canaletto  , alla sfavillante vita notturna della Parigi di Toulouse Lautrec , alla città industriale di Mario Sironi .  Gli artisti contemporanei qui esposti ci offrono la loro visione della città attuale: Enzo Gagliardino  raffigura muri di grattacieli e fabbriche immobili, fuori dal fluire del tempo, che fermano la possibilità di attraversarli con lo sguardo  avvicinandoli maggiormente al monolito di 2001 Odissea nello spazio piuttosto che alla siepe dell’Infinito leopardiano… Una realtà metafisica che racchiude l’umanità, qui solo intuita e non rappresentata.
Immobilità, linee che tendono verso l’alto, tipiche delle metropoli  sono presenti anche nelle opere di Riccardo Cordero. Il fascino dei diversi metalli utilizzati e la perfezione delle linee rimanda da un lato al mistero di architetture antiche legate al culto, dall’altro  sembra invece anticipare ciò che deve ancora venire. Anche in questo caso l’elemento umano si intuisce, senza essere mai direttamente presente.
La folla urbana è invece palese nelle opere di Kiki Sen Lo , che utilizza acquerelli che  ritraggono il mondo contemporaneo con grande freschezza ed originalità. Tema ricorrente è il sovraffollamento, caratteristico soprattutto delle metropoli orientali.  Ancora sovraffollamento, tuttavia misto al nervosismo tipico dei nostri agglomerati urbani è presente nelle tele dello street artist Galo  ; qui alla delicatezza dell’acquerello di Kiki Sen Lo si contrappone la vivacità dello smalto e la ricchezza di sfumature dello spray: si passa dalla decorazione di squallidi muri cittadini resi vivi dalle stimolanti opere di questi artisti, alla rappresentazione su tela di spaccati di muri della città stessa.
Dall’inquietudine all’aggressività che a volte può portare a comportamenti violenti: è quanto ci racconta nella Lorenzo Alessandri nella  “camera 25”,dove troviamo il KKK come simbolo di intolleranza e la bomba atomica come rappresentazione  del potere distruttivo. L’aggressività insita nell’uomo è raffigurata nello scimmione in piedi sulla bomba.
Un altro problema tipico dei grandi agglomerati urbani è quello della solitudine . Siamo in molti ma non ci conosciamo, conduciamo vite parallele senza incrociare chi ci abita accanto.  L’argomento viene anche affrontato dallo scultore Carlo D’Oria  nella sua produzione intitolata Ferite: la persona è sola con la sua ombra, che prende il connotato di una ferita che si estende sul supporto della scultura. A volte la solitudine è un momento creativo e fecondo , altre volte, purtroppo, è una realtà in cui coviamo rancore e astio verso gli altri (come rappresentato nella figura accovacciata ai piedi della scrivania nella camera 20 di Alessandri) oppure in cui percepiamo in maniera più netta le nostre sofferenze (come, appunto, le ferite di D’Oria).

          La reazione alla spersonalizzazione, alla vita grigia, al sentirsi un numero può condurre a un esito negativo come la droga  o alla ricerca di un modo di distinguersi dalla massa come nell’ Arlecchino fossile di Roberto Zargani. .
Il colore, la reazione al conformismo, il mondo sfavillante della pubblicità vengono raffigurate nelle tele di Gino Garrone  il quale ci riporta agli artisti che per primi hanno sottolineato il fascino della nuova realtà urbana degli anni del boom economico (Warhol, Lichtenstein, etc). Garrone tuttavia volge uno sguardo sornione e disincantato alla realtà attuale del mercato dell’arte. Con un artifizio, e cioè inserendo un cagnolino (quello di sua figlia) che pare pensante, a margine o all’interno delle opere, ci comunica il sentire della gente comune, cha alterna un positivo coinvolgimento emotivo verso l’arte contemporanea, allo stupore per le cifre astronomiche delle aggiudicazioni d’asta, alla perplessità per gli aspetti tecnici di alcune opere.
La notte è protagonista della Praga di Zargani , la luna illumina un cielo apparentemente materico che ci porta alla sinagoga, al ghetto e al cimitero ebraico. Un colore diverso è invece quello della notte  che trasforma la città in un luogo magico, onirico. Carlotta Tarabra la raffigura con monumenti illuminati da luce lunare , che paiono fantasmi perdendo la loro austera staticità e diventando personaggi che entrano in relazione con noi, al nostro fianco  nei momenti in cui la percezione è solo parziale (notte, nebbia, pioggia) e quanto ci circonda diventa meno oggettivo, lasciando spazio alla nostra fantasia.
Davide Crepaldi sposta la nostra attenzione sui problemi dell’inquinamento e dell’utilizzo degli scarti industriali, raffigurando l’uomo moderno costituito da parti di aspirapolvere , mentre Luisa Jacobacci sottolinea il senso di disorientamento del nostro attuale periodo storico: l’uomo non sa da dove arriva e non sa dove sta andando , anzi, quasi non poggia nemmeno sulla scala che dovrebbe condurlo da qualche parte.
L’attenzione verso il passato caratterizza invece i dipinti di Giovanna Salamano e di Massimiliano Kornmuller. La prima raffigura  resti di architetture  ormai diroccate, dove la natura sta riprendendo il possesso dell’ambiente: la roccia e l’erba “graffiata” sulla tela tendono a cancellare i resti dell’opera dell’uomo: quasi un monito. Il secondo,  utilizzando la tecnica dell’encausto (appresa a Pompei, dove se ne fece largo uso) ci riporta ai simboli utilizzati dal mondo classico: sempre città, sempre muri, questa volta decorati da figure allegoriche; qui il grifone (custode dei tesori, che lascia passare i virtuosi e blocca gli indegni) dialoga con il pulcino (puro, delicato, privo di qualsiasi forma di potere).

Nel 1900 il fotografo Torinese Mario Gabinio pubblica una serie di 84 fotografie con il titolo “Torino che scompare”. Gabinio fotografa angoli della città minacciati dalle ruspe e dalla modernità. Alcune decine d’anni più tardi Alessandri nella serie di dipinti “i posti” raffigura scorci di Londra e Torino che rischiavano di essere cancellati dall’incuria e dall’ignoranza.  Oggi a scomparire, più che i luoghi fisici, sovente preservati (anche i posti dipinti da Alessandri sono stati alla fine ristrutturati), sono le funzioni proprie dei luoghi. Le architetture sopravvivono alle generazioni, ma si trasformano in una sorta di dissolvenza incrociata. Alcuni spazi perdono la loro funzione originaria e restano in un limbo in attesa di nuove destinazioni d’uso, come palcoscenici dove le scenografie si rinnovano. Paolo Patrito ha fissato questa realtà nelle sue due opere stampate su lastra di alluminio : L’ex M.O.I. in questo senso è emblematico. Un luogo che per decenni è stato un connettivo tra i più importanti del tessuto urbano, sede dei Mercati Ortofrutticoli all’Ingrosso, oggi è un non-luogo di transito trasparente alla vista, una lacuna nel tessuto cittadino. Su questo terreno apparentemente arido, però, gli agenti naturali e sociali non hanno mai cessato di agire. Come la natura si appropria dei luoghi abbandonati, così, fatalmente, l’uomo tende a riempire i vuoti della città trasformandoli a nuova vita. Gli sguardi fra persone che non si conoscono, tipici della realtà urbana, sono stati mirabilmente raffigurati sia nelle opere di Galo, descritte in precedenza, sia nella fotografia di Patrito nella quale il poliziotto e la ragazza sembrano studiarsi a vicenda, in realtà essendo appoggiati ai due lati di una colonna, i loro sguardi non si incrociano…l’autore in questa maniera, giocando su un “difetto” percettivo (il nostro occhio esalta il lato relazionale in questo caso, rispetto alla componente spaziale) raffigura la difficoltà ad entrare in contatto con l’altro, tipica dei grandi agglomerati di persone (la foto è stata scattata a New York). Gioacchino Alvente  nelle sue opere raffigura città “di sintesi”, con edifici giustapposti, appartenenti a città diverse sovente riconoscibili; allo stesso modo in primo piano affastella particolari e personaggi di opere d’arte famose, generalmente conservate nei massimi musei delle capitali. La materia, e nella fattispecie l’acciaio, è il protagonista assoluto dell’opera di Massimo Ghiotti . Moderno, nerbo di molte costruzioni, l’acciaio viene qui assemblato in moduli uguali fra loro con rapporti numerici fissi: 3 e multipli di 3. Simbolici i numeri e le unità elementari: perfetti parallelepipedi, che rimandano alla perfezione di elementi naturali come i cristalli e alla perfezione di alcune opere umane. Due autori inseriscono un elemento essenziale in ogni realtà: l’acqua. De Marchi  rappresenta in maniera astratta il primo sole dopo il diluvio universale. E’ un nuovo inizio, il mondo è stato cancellato per poter ripartire….per usare un linguaggio informatico, una sorta di “reset”. Nei lavori di Gianni Gianasso troviamo: l’acqua che scorre come simbolo di purificazione , l’aria, rappresentata dal volo delle mongolfiere, come simbolo di libertà ‘. Questi soggetti, abilmente interpretati su materiali e con tecniche diverse,ci invitano a rallentare la nostra folle corsa contro il tempo e ci stimolano a ricordare la nostra vera essenza. La cattedrale è in genere il fulcro della città, Gianni Arlunno  ha realizzato un’edicola in cristallo per il Duomo di Milano ed espone qui le foto del mirabile lavoro: una sintesi di luci e riflessi che fanno perdere la percezione della struttura per raggiungere il risultato di un opera d’arte dove l’occhio si perde in un gioco percettivo unico con sfaccettature sempre diverse. Elementi sempre presenti nel contesto urbano sono infine l’arredamento e la moda. I mobiletti Dertuio  sono a cavallo fra la scultura e il mobilio: curati particolari domestici atti a contenere piccoli oggetti preziosi, in questo caso i biglietti da visita degli artisti presenti nell’ambulatorio dell’arte. Gli abiti della stilista Serena Poletto Ghella  vengono qui proposti con la modella che sfila in mezzo a barattoli che contengono parti delle stoffe utilizzate, per sottolineare il fascino dell’ home made di queste realizzazioni.

A causa dell’avvicendamento dell’esposizione delle opere, non tutto ciò che viene descritto in questa sezione è presente attualmente nell’ambulatorio dell’arte.

 

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